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Dove dimori?

RITROVARE SE STESSI

(p. Salvatore Franco o.m.i.)

“Dove dimori?” (Gv 1,38): è questa la richiesta che viene spontanea nel cuore dei primi discepoli alla domanda rivolta loro da Gesù: “Che cosa cercate?”.
Questa domanda spinge i discepoli a guardarsi dentro, ad ascoltarsi e così fa anche con noi che leggiamo questo Vangelo. Ci accomuna tutti il fatto che dentro di noi constatiamo un anelito, un desiderio che ci muove dal profondo di noi stessi e che ci spinge ad agire. Ogni essere umano infatti cerca qualcosa anche se talvolta non sa nemmeno precisamente cosa.
Quei discepoli erano già stati preparati a questa ricerca. Erano stati con Giovanni il Battista, avevano certo coltivato le attese di tutto il popolo per la venuta del Messia e l’unica cosa che sapevano è che si erano sentiti spinti a seguire colui che Giovanni aveva indicato come “L’Agnello di Dio”. Se li avessimo interrogati su cosa cercassero prima di quel momento forse ci avrebbero risposto: “Vogliamo prepararci alla venuta del Messia”, “Vogliamo costruire una nazione libera dalla schiavitù”, “Vogliamo vivere felici, senza afflizioni”. Ma lo sguardo fisso, intenso, di Gesù che voltatosi verso di loro li guarda, li spinge più a fondo, nei meandri più profondi del loro intimo, nell’essenza di se stessi.
Guardandosi per un attimo dentro quei giovani uomini colsero infatti un intimo desiderio al fondo di loro stessi e chiesero: “Dove dimori?”, che precisamente significa: “Dove rimani?”. Questa domanda ci rivela che essi avevano toccato anche se per un attimo quel bisogno, comune a tutti noi, di rimanere, di trovare finalmente pace, di fermare per un attimo la corsa e sentirsi a casa con qualcuno e quindi di ritrovarsi.
La dimora, la casa, in fondo è il luogo dove ritroviamo o dovremmo ritrovare la nostra intimità con noi stessi, dove poggiamo da qualche parte le maschere che indossiamo per stare con gli altri, e ci rilassiamo, dove possiamo essere quello che siamo, certi di essere accolti.
È in particolare quando giunge la sera che tutti sentiamo il bisogno di trovare un luogo di riposo. Anche chi esce per andare in un locale o in un altro luogo per divertirsi, lo fa per trovare un posto dove ritrovarsi, stare bene, incontrare qualcuno, provare nuove emozioni, e anche lì, alla fine, sente che ad un certo momento deve ritirarsi. Non avere un luogo dove riposare provoca grandi squilibri nella persona e ancor di più non avere un luogo dove sentirsi capiti, accettati, voluti bene, valorizzati.
Potremmo allora interpretare la domanda dei due discepoli anche in questo modo: “Dove trovi tu le ragioni per rimanere, per non andartene in un altro luogo?”, “dove trovi cioè te stesso?”.
Gesù non risponde a questa domanda ma fa loro un invito: “Venite e vedrete”. È un invito a casa, un invito ad entrare nel luogo dell’intimità, tra le cose del suo mondo, tra le persone che costituiscono la sua vita. Ci sono cose che non possono essere spiegate solo a parole, occorre conoscerle direttamente, farne esperienza.
Ci chiediamo dunque: “Ma dove dimorava Gesù?” Sappiamo che non abitava propriamente in quel luogo dove Giovanni battezzava, ne pressi di Betania, bensì proveniva da Nazareth; quindi lì doveva esserci qualcuno che lo ospitava; possiamo immaginare che si trattasse di Lazzaro e delle sue due sorelle Marta e Maria. In quella casa si formava infatti una piccola comunità di amicizia, di amore e di pace dove Gesù si riposava. Lì poteva ritrovare se stesso così come da giovinetto aveva fatto rimanendo nel tempio a Gerusalemme e dove aveva risposto ai genitori che lo cercavano angosciati: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49).
È in questa stessa risposta che ci viene svelato, in fondo, dove Gesù rimane e trova se stesso e quindi dove occorre cercarlo: nelle cose del Padre, tutto ciò che lo riguarda e che è importante per lui, e in definitiva nel suo cuore. È proprio da qui infatti che egli proviene, come dice il prologo al Vangelo di Giovanni: dal “seno del Padre” (Gv 1,18).
Tutta la sua vita, per il Vangelo di Giovanni, è stata una testimonianza di questa relazione intima:
– “Il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre” (Gv 5,19)
– “…non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato” (Gv 8,16); “…non sono solo, perché il Padre è con me” (Gv 16,32)
– Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,29)
“Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30).

Anche Gesù ha dunque un desiderio profondo: rimanere, restare in qualcosa di stabile, non stare quindi sospeso e tutto questo lo trova nella sua relazione con il Padre ed è qui che invita a rimanere e dimorare anche noi: “Venite e vedrete”. In un altro passo egli dirà infatti: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore (…). Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,2-3).
Gesù desidera prepararci un posto per farci entrare nella sua dimora e rimanere anche noi dove egli rimane: “nel seno del Padre”. È qui che egli desidera portarci. È in questa dimora che possiamo ascoltare la parola del Padre su di noi, questa voce mai interrotta dell’amore, che parla dall’eternità e dà vita e amore ogni qual volta che viene udita. Quando ci sentiamo guardati da Lui e ascoltiamo quella voce, sappiamo di essere finalmente a casa e non abbiamo nulla da temere.
Fermiamoci per qualche istante in contemplazione del quadro del Figliol prodigo di Rembrandt con l’aiuto delle riflessioni di Henri Nouwen. Il padre è dipinto con un manto rosso. Il manto rosso, con il suo colore caldo e la sua forma avvolgente offre u luogo ospitale dove è bello rimanere. Sembra una tenda che invita il viandante stanco a trovare un po’ di riposo. Ancor di più rappresenta le ali di un uccello madre che raccoglie i suoi pulcini. Ricordiamo il lamento di Gesù: “Gerusalemme, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali…” (Mt 23,37). Il Padre ci invita a dimorare al suo riparo, a riposare sul suo seno, ad avere fiducia: “Se anche una donna dimenticasse il suo bambino io non ti dimenticherò mai” (Is 49,16).

La nostra risposta a questo amore l’abbandono fiducioso come ha scritto Charles de Foucauld:
Padre mio, io mi abbandono a te,
fa di me ciò che ti piace.
Qualunque cosa tu faccia di me
Ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto.
La tua volontà si compia in me,
in tutte le tue creature.
Non desidero altro, mio Dio.
Affido l’anima mia alle tue mani
Te la dono mio Dio,
con tutto l’amore del mio cuore
perché ti amo,
ed è un bisogno del mio amore
di donarmi
di pormi nelle tue mani senza riserve
con infinita fiducia
perché Tu sei mio Padre.

Nel quadro il fatto che il Padre tocca il Figlio indica la sua benedizione perenne. Come Padre Egli desidera offrire il suo amore di compassione non forzando, ma aspettando sempre, invitando sempre, sperando sempre di poter posare le sue braccia sulle spalle dei suoi figli. Il suo unico desiderio è di benedire. Benedire significa “dire cose buone”. Il Padre vuole dire, più col tocco delle sue mani che con le sue parole, buone cose sui suoi figli. Il padre vuol far loro semplicemente capire che l’amore che hanno cercato altrove, talvolta in vie così distorte, è stato e sarà sempre con loro.

Nelle mani del Padre confluiscono perdono, riconciliazione, guarigione e con il loro tocco sia il padre che il figlio trovano riposo. Le mani del Padre sembrano gli strumenti del suo occhio interiore. Dal profondo di se stesso, laddove abbraccia tutto il dolore umano, il padre raggiunge i suoi figli. Il tocco delle sue mani, diffondendo una luce interiore, cerca solo di guarire. Egli è il buon pastore che porta sul petto la pecora perduta (Is 49,11; Lc 15,4-7).

La mano sinistra, che corrisponde la piede calzato, è forte e muscolosa. Le dita sono aperte, coprono gran parte della spalla destra del figlio. Si può intuire una certa pressione del pollice. Oltre che toccare sembra sorreggere. La mano destra, corrispondete al piede nudo, è fine, posata con leggerezza e dolcezza. Vuole accarezzare, calmare, confortare. Mentre la mano destra protegge il lato vulnerabile del figlio, l’altra rinvigorisce la sua forza e il suo desiderio di migliorare la sua vita.

La parabola del figliol prodigo e tutto il Vangelo ci dicono che il luogo dell’incontro con questo Padre e quindi il posto che il Figlio Gesù ci ha preparato per incontrarlo, si trova in tutto il dolore vissuto, le delusioni, le malattie, gli insuccessi, ma soprattutto il dolore causato dai nostri errori insieme a tutto il dolore recato ad altri attraverso i nostri sbagli, le nostre testardaggine. Tutto questo può diventare il primo luogo della nostra comunione con Gesù, l’inizio del cammino che ci porta in Lui.

È in questo dolore che infatti abbiamo bisogno di trovare riposo, è in questa ricerca talvolta senza senso di ciò che non può soddisfare pienamente il nostro cuore e ci porta talvolta lontano che abbiamo bisogno di fermarci, di rimanere in qualcosa che ci dia sicurezza. È qui che abbiamo bisogno di sentirci dire ciò che il Padre dice del Figlio: “Tu sei il Figlio mio, l’amato; in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3,22).

Entrando in questa comunione con Gesù entriamo nella dimora del Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). Per questo il Vangelo di Giovanni, descrivendo l’esperienza dei primi discepoli, ripete con insistenza per due volte il verbo dimorare/rimanere e ne mostra così l’importanza per noi: “Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui” (Gv 1,39).

Nel momento che i discepoli scoprono la presenza di Gesù che passa nella loro vita, accettano il suo invito e fanno esperienza del rimanere con Lui, scoprono che è stato Lui che li ha cercati da sempre e che ha preso dimora per primo in loro. La comunione con Gesù è infatti pura reciprocità che nasce dal dono del suo dimorare in noi: “Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).

È a questa stessa comunione che Gesù più avanti ci invita nel discorso sulla vera vite: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15,4). Potremmo tradurre questa espressione in questo modo: “Dimorate in me come io, da parte mia, dimoro in voi”.
Nel Vangelo della chiamata dei primi discepoli troviamo dunque già delineato il percorso che siamo invitati a compiere: seguire Gesù, lasciarsi interrogare dentro da Lui nel nostro dolore e nella nostra ricerca di senso e di bene, formulare la nostra domanda personale e comunitaria, accettare il suo invito, conoscere e fare l’esperienza di comunione con Lui nel cuore del Padre e da qui scegliere di rimanere in quell’amore, lasciare cioè che Gesù dimori in noi attraverso un impegno costante di vita:
“Come il Padre ha amato me anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i mei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore” (Gv 15,9-10).

Ero straniero e mi avete accolto (Mt 25,35)

Missione e interculturalità

p. Salvatore Franco omi

Tra le diverse condizioni umane in cui Gesù si identifica nel brano de giudizio universale vi è quella dello straniero. In effetti Gesù ha vissuto concretamente l’esperienza di essere forestiero nella fuga in Egitto e si presenta spesso come straniero.
Anche il popolo di Israele aveva soggiornato per tanti anni in Egitto dove aveva a finito per vivere come schiavo, condannato di fatto ai lavori forzati. Questa esperienza di essere stato forestiero ha sempre guidato e ispirato le sue leggi di vita in particolare nei confronti degli stranieri:
“Amate dunque il forestiero perché anche voi siete stati forestieri nella terra d’Egitto” (Dt 10,19) Continua la lettura di Ero straniero e mi avete accolto (Mt 25,35)

A Trento per p. Borzaga

Tra i partecipanti alle celebrazioni trentine in onore di padre Mario Borzaga, del catechista Paolo e dei martiri del Laos anche un gruppo della famiglia oblata di Messina.

Il 29 e 30 aprile si sono tenute a Trento alcune celebrazioni per ricordare la figura di padre Mario Borzaga (1932-1960), Missionario Oblato di Maria Immacolata martire in Laos nella primavera del 1960- Mario era originario di Trento dove era nato nel quartiere Bolghera.

Entrato nel seminario locale era passato ai missionari Oblati di Maria Immacolata e nel 1957 era partito da Napoli per il Laos. Artista timido, amante del pianoforte e della poesia, Mario ha lasciato una cristallina testimonianza di vita cristiana e missionaria. Tra gli appuntamenti a Trento una messa celebrata nel duomo cittadino e presieduta dall’arcivescovo Lauro Tisi.

Il Vescovo della città ha risposto ad una mia mail in cui scrivevo: «Desidero ringraziarla, a nome mio personale e di tutto il nostro gruppo per la sua presenza e le sue parole. Personalmente sono rimasto colpito ed edificato da come lei si sia più volte domandato come questo martirio interpellasse la chiesa di Trento». Il 10 maggio la risposta del Vescovo: «Caro padre Pasquale, la ringrazio per le sue belle parole. Grato per il dono di padre Mario Borzaga alla Chiesa tutta, le confermo di portare un ricordo speciale per le celebrazioni legate alla sua beatificazione».

p. Pasquale Castrilli

Una staffetta di nome “Evangelii gaudium”

P. Pasquale Castrilli ha partecipato il 10 Giugno alla XI edizione della supermaratona dell’Etna con una staffetta singolare composta da lui e altri due sacerdoti podisti. La terna si è iscritta alla gara con il nome di staffetta Evangeli Gaudium (La gioia del Vangelo) per rendere omaggio all’esortazione apostolica di papa Francesco. La gara, lunga 43 km con tremila metri di dislivello, ha condotto gli atleti dalla marina di Cottone, nel comune di Fiumefreddo di Siclia (CT), alla cima del vulcano, con tappe intermedie P. Pasquale ha nel suo curriculum podistico la partecipazione a 9 maratone e numerose altre gare. La sua frazione è stata di 14,5 km con 500 metri di dislivello. Con lui c’era Don Gianni Buontempo, sacerdote della diocesi di Roma, che ha disputato varie maratone in USA, chiudendone un paio sotto le 3 ore, sportivo a tutto tondo, lo scorso anno si è recato da Roma in Polonia in bicicletta. Il terzo è stato P. Vincenzo Puccio, sacerdote della diocesi di Mressina, atleta formidabile capace di realizzare un pregevole 2.29’10’’ alla maratona di Treviso del 2015. Gli organizzatori della supermaratona hanno accolto molto volentieri questa staffetta chiedendo la benedizione dei podisti all’inizio della manifestazione. Per la cronaca la staffetta ha impiegato 4 ore e 11 minuti per completare il percorso classificandosi al secondo posto. “E’ una gioia grande condividere una sorgente d’equilibrio come la corsa. Seguendo tanti giovani con diverse dipendenze mi rendo sempre più conto che lo sport può dare speranza ed equilibrio. – ha detto p. Vincenzo – Cerchiamo di essere promotori di Evangelii Gaudium non solo come staffetta, ma come chiesa in uscita. Prego affinché la chiesa sappia parlare sempre con il dono dello Spirito”.

 – Servizio del TG di TV2000 del 10/06/2017 – clicca qui
– Album fotografico – clicca qui

Fare compagnia: La devozione al Cuore Immacolato di Maria

Quando, nella seconda apparizione del 13 giugno 1917, Lucia chiese alla Madonna di portarla in cielo con Giacinta e Francesco, Ella le rispose:

«Sì; Giacinta e Francesco, li porto fra poco, ma tu resti qui ancora per qualche tempo. Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. A chi l’accetta lo prometterò la salvezza e queste anime saranno amate da Dio, come fiori collocati da Me per ornare il Suo Trono».

Lucia si spaventò al pensiero di restare sola e chiese addolorata: «Resterò qui da sola?», e la Madonna le promise:

«No, figlia. E tu ne soffri molto? Non ti scoraggiare. Io non ti lascerò mai. Il Mio Cuore Immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà fino a Dio» .

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Il Nome e la Grazia

Nella natività di S. Giovanni Battista

Salvatore Franco omi

Il Vangelo ci presenta Zaccaria ed Elisabetta, una anziana coppia di sposi alle prese con la scelta del nome da dare al proprio figlio appena nato. Si sa che in questi casi è difficile accontentare tutti. Molti avrebbero voluto che il bambino si chiamasse come il padre che, ormai avanti negli anni, avrebbe perpetuato così il proprio nome nel figlio. Ad un certo punto della discussione interviene però la madre: “No, si chiamerà Giovanni”. Un intervento a sproposito visto che in questi casi erano gli uomini a dover parlare.

Questi infatti le rispondono decisi: “Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome” e poi si rivolgono di nuovo al padre con cenni per risolvere la questione. Perché con cenni e non con parole? Prima del concepimento del figlio, Zaccaria era rimasto sordomuto mentre stava svolgendo il suo servizio al tempio. L’arcangelo Gabriele gli era apparso e gli aveva prospettato la nascita di un bambino a cui Zaccaria doveva dare il nome di Giovanni e che avrebbe avuto una missione importante da compiere. Sarebbe stato infatti un servo di Dio, che avrebbe portato la gioia e avrebbe camminato al cospetto di Dio per riportare a Lui tanti uomini rendendoli disponibili e aperti a Lui e per ricondurre il cuore dei padri verso i figli.

Già in queste parole c’è un primo profilo di ciò che sarebbe stato questo bambino: Un preparatore dei cuori, uno che ti aiuta a riportare il cuore all’essenziale: a Dio e ai figli. Una missione dedicata quindi a ritrovare il senso della paternità ritrovando quella di Dio. Un uomo dunque della gioia ritrovata, un uomo del cuore, un uomo della paternità. Lui che era nato nel silenzio del padre vivrà perché i padri riportino il loro cuore verso i figli.

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Veglia missionaria diocesi di Lungro

Si è tenuta domenica 19 marzo 2017 la Veglia di preghiera promossa dall’ufficio missionario della diocesi bizantina di Lungro, in Calabria. I partecipanti hanno iniziato una processione dal piazzale del santuario basiliano di San Basile fino alla chiesa parrocchiale San Giovanni Battista dove è stata recitata la preghiera del vespro alla presenza del vescovo, mons Donato Oliverio. Per l’occasione l’ufficio missionario ha invitato p. Pasquale Castrilli per una riflessione dal titolo “Narrare il Vangelo e la terra di missione”. P. Pasquale ha preso la parola dopo una breve introduzione del vescovo partendo dall’idea di missione che negli ultimi decenni ha notevolmente allargato il proprio significato. Si è poi soffermato su quanto l’annuncio della Parola nelle giovani chiese possa essere paradigmatico per l’annuncio del Vangelo nelle terre di antica cristianità come l’Europa e l’Italia. La riflessione

p. Pasquale Castrilli

Ritrovare Dio per “ritrovarsi”

In un passo dal Talmud, che è il testo fondamentale, dopo la Bibbia, della Religione ebraica è scritto: «La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai suoi piedi perché debba essere pestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale… un po’ più in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere amata». Continua la lettura di Ritrovare Dio per “ritrovarsi”

Beatificazione Martiri del Laos

I martiri del Laos - in missione

Conclusione della messa di beatificazione
Vientiane (Laos). My News 148. Momento storico per la giovane chiesa cattolica del Laos. Domenica 11 dicembre si è svolta la celebrazione della beatificazione di 17 martiri uccisi tra il 1954 e il 1969. Il capofila è p. Joseph Tien prete diocesano laoziano. Tra i martiri anche sei missionari oblati di Maria Immacolata: 5 francesi e un italiano, p. Mario Borzaga (1932-1960). La celebrazione è stata presieduta da mons, Orlando Quevedo, cardinale oblato filippino con 150 concelebranti tra sacerdoti, cardinali, vescovi e sacerdoti. Circa 2mila i fedeli presenti provenienti da Laos, Thailandia, Vietnam e Cambogia. Sono i primi santi di questa nazione.

Si possono leggere alcune impressioni sul  blog di Pasquale Castrilli. Ampi servizi sul numero di gennaio-febbraio 2017 della rivista Missioni OMI.
Le foto della beatificazione sono visibili cliccando qui.

Amare per sempre 2. Il pane della presenza

IL PANE DELLA PRESENZA
“Amare per sempre” in Famiglia

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L’amore non è un’avventura. Prende sapore da un uomo intero. Ha il suo peso specifico. È il peso di tutto il suo destino. Non può durare solo un momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio: solo lui è l’Eternità (Karol Wojtyla)

Una premessa: parleremo della fedeltà in famiglia e in particolare nella coppia di sposi. Che senso può avere questo tema in un incontro dedicato a tutti: sposati e non sposati?
Il senso ce lo dà il pensare che il cammino della coppia di sposi è la matrice del cammino di ciascuno di noi, anche di chi non è sposato o di chi non lo è più. Ognuno infatti ha una fedeltà da vivere. Ognuno può cercare qualcuno con cui condividere il proprio cammino se pur a livelli diversi. Ognuno deve trovare il proprio modo di fare dono di sé e di diventare presenza d’amore fedele per l’altro.

Nella coppia noi troviamo la direzione, il messaggio da vivere, non il modello assoluto. Per questo quando la Bibbia vuol parlare della relazione più intima con Dio narra dell’amore tra due sposi. Allo stesso tempo Gesù ci avverte che nell’altra vita il matrimonio non ci sarà più perché sarà finito il tempo del segno e sarà iniziato il tempo della pienezza. Finché siamo in questo tempo relativo abbiamo però tutti bisogno del segno che ci indichi la strada.
Approfondire il segno rappresentato dall’esperienza degli sposi ci fa dunque conoscere le profondità della vita e ci offre un modo di interpretare noi stessi e la nostra relazione con Dio. Se rimaniamo infatti solo nella linea della paternità divina circoscriviamo la nostra crescita al solo livello dell’essere figli. Abbiamo bisogno di scoprire la “sponsalità” che, come ha scritto Giovanni Paolo II, è inscritta nella nostra carne fin dalla nostra origine ed è anche l’ultima parola dell’uomo nella Bibbia cristiana come troviamo nell’Apocalisse: «Lo spirito e la sposa dicono “Vieni”». Continua la lettura di Amare per sempre 2. Il pane della presenza