Ero straniero e mi avete accolto (Mt 25,35)

Missione e interculturalità

p. Salvatore Franco omi

Tra le diverse condizioni umane in cui Gesù si identifica nel brano de giudizio universale vi è quella dello straniero. In effetti Gesù ha vissuto concretamente l’esperienza di essere forestiero nella fuga in Egitto e si presenta spesso come straniero.
Anche il popolo di Israele aveva soggiornato per tanti anni in Egitto dove aveva a finito per vivere come schiavo, condannato di fatto ai lavori forzati. Questa esperienza di essere stato forestiero ha sempre guidato e ispirato le sue leggi di vita in particolare nei confronti degli stranieri:
“Amate dunque il forestiero perché anche voi siete stati forestieri nella terra d’Egitto” (Dt 10,19)

L’accoglienza e ad un particolare amore per lo straniero che soggiorna nella terra di Israele sono basati dunque si di una comunanza di esperienza: l’essere forestieri.
L’amore per lo straniero che vive nella terra di Israele, come prossimo, è presente in diversi passi della Bibbia ed è codificato in particolare nel Deuteronomio:
“Gioirai davanti al Signore, tuo Dio, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava, il levita che abiterà le tue città, il forestiero, l’orfano e la vedova che saranno in mezzo a te, nel luogo che il Signore, tuo Dio, avrà scelto per stabilirvi il suo nome. Ricordati che sei stato schiavo in Egitto: osserva e metti in pratica queste leggi” (Dt 16,11-12).

Possiamo meglio comprendere in questa luce il comandamento dell’amore del prossimo:
“Non ti vendicherai mai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso”,
cioè come uno che potresti essere anche tu, uno che ti è vicino e che non ti è estraneo benché possa apparire diverso da te.
Non è un caso che alla domanda: “E chi è il mio prossimo?” Gesù risponda con la storia del buon samaritano che non solo era considerato straniero ma anche più negativamente come un “bastardo”.

Sono molti gli episodi in cui Gesù loda la fede di stranieri che non conoscevano bene nemmeno la religione ebraica come la donna sirofenicia considerata dagli altri come un “cane” (Cfr. Mc 7,24,30) o il centurione che non si sentiva degno nemmeno che il Signore entrasse nella sua casa (Cfr. Mt 8,5-13) o come l’altro centurione che vedendolo morire fece la sua professione di fede: “Davvero questo uomo era figlio di Dio” (Mc 15,39).

Gesù sembra prediligere di presentare anche se stesso come straniero. Pensiamo al brano dei discepoli di Emmaus, quando Egli si accosta ad essi chiedendogli di cosa stessero discutendo tra loro e Cleopa esclama: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme!” (Lc 24,18). Gesù si presenta come uno sconosciuto, un estraneo, uno venuto da lontano, da un altro mondo. La sua stessa provenienza da Nazaret è considerata negativamente come il discepolo Natanaele afferma chiedendo: “Da Nazaret può venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46). È dall’inconosciuto e come sconosciuto che il Signore arriva nella propria casa e dai suoi: “Ecco, io vengo come un ladro” (Ap 16,15). Gesù è inoltre anche il misconosciuto, come dice Giovanni: “Venne fra i suoi e i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11)

In questa scelta di Gesù possiamo vedere forse il suo intento di sorprendere l’uomo, aiutarlo ad uscire dal proprio schema, aprirlo al diverso per impegnarlo in un percorso di uscita da sé e di dialogo.
La scrittrice e pensatrice Hanna Arendt così scriveva:
“Se gli uomini non fossero uguali non potrebbero né comprendersi fra loro né comprendere i propri predecessori, né fare progetti per il futuro e prevedere le necessità dei loro successori.
Se gli uomini non fossero diversi, e ogni essere umano distinto da ogni altro che è, fu o mai sarà, non avrebbero bisogno né del discorso né dell’azione per comprendersi a vicenda.
Sarebbero sufficienti soltanto segni e suoni per comunicare desideri e necessità immediati ed identici”.

Nel libro della Genesi troviamo il racconto della città di Babele che normalmente è letto come parabola dell’ambizione umana di possedere Dio punita con la dispersione delle lingue. Possiamo leggere questo racconto anche da un altro unto di vista: il popolo di Babele, che significa “porta del dio”, voleva costruirsi un impero dominato da una sola lingua, da una uniformità che avrebbe assicurato il dominio su tutto e su tutti elevando l’uomo ad essere divino. Dio interviene obbligandoli alla diversità, all’essere originali e a diffondersi in ogni parte della terra. La diversità è ricchezza dell’uomo, l’uniformità è povertà, assolutismo, chiusura. In questo senso la maledizione diventa benedizione così come indica un altro brano della Genesi: la cosiddetta “tavola dei popoli” che descrive le diverse nazioni nate dalla discendenza di Noè dopo il diluvio.
Come sottolinea il Decreto conciliare Ad gentes, nelle differenze culturali “si riflettono il genio e le ricchezze spirituali date da Dio ai popoli” (n. 11).

Il Segno miracoloso della Pentecoste conferma questa visione in quanto gli stranieri presenti al discorso di Pietro comprendono nella loro lingua e non perché questi stia parlando in una lingua comune a tutti come poteva essere il Greco.
La novità qui è che tutti capiscono non un medesimo linguaggio ma il medesimo contenuto, come a dire che tutti possiamo ritrovarci accomunati non da una medesima provenienza culturale e linguistica ma nell’esperienza comune della presenza del Cristo risorto e del dono dello Spirito Santo.

È Cristo infatti che ha preso su di sé il peccato del mondo e quindi anche le opposizioni, i conflitti, i pregiudizi che ogni cultura porta in sé. Nel mistero dell’abbandono e della risurrezione, Cristo annulla in sé ogni etnocentrismo, ogni culturicentrismo di sorta e, contemporaneamente, si offre come luogo d’incontro universale per tutte le culture, come luogo personale della nuova creazione, come “colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo” (Ef 2,14).

Ciò fa della Chiesa una comunità diffusa nel mondo e in ogni luogo sempre straniera. Nella Prima Lettera di Pietro questi si rivolge ai cristiani dicendo: “Carissimi vi esorto come stranieri e pellegrini” (1 Pt 2,11) e cita in questo modo il salmo 39: “Ascolta la mia preghiera, Signore, porgi l’orecchio al mio grido, non essere sordo alle mie lacrime, perché presso di te sono forestiero, ospite come tutti i miei padri” (Sal 39,13). Anche la lettera agli Ebrei sottolinea questo essere forestieri nel mondo: “Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Eb 10,14)
È questo quanto afferma anche uno dei primi testi del cristianesimo: La Didaché:
“Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera”.

L’interculturalità e il Vangelo

Il principio base per l’incontro con il diverso da sé, per i cristiani sta dunque nel riconoscersi tutti stranieri, per cui non solo l’altro è straniero ma anche ognuno di noi lo è in questo mondo.
Se siamo entrambi stranieri faremo il possibile per conoscerci, incontraci, intenderci, sulla base dell’amore che ognuno deve avere per l’altro considerato come se fosse un altro se stesso.
Nel discorso alle Nazioni Unite del 1997 Chiara Lubich disse a questo proposito:
“Escludere la guerra non basta, vanno create le condizioni perché ogni popolo senta di poter amare la patria altrui come la propria, in un reciproco e disinteressato scambio di doni”.

Ciò che caratterizza ognuno di noi è, oltre al carattere e la storia personale, è la propria cultura. La cultura di un popolo è “quella totalità complessa che comprende il sapere, le credenze, le arti, la morale, il diritto e i costumi e tutte le altre capacità e abitudini che l’uomo fa proprie in quanto membro di una società” (E. B. Taylor)
La conoscenza dell’altro diverso da noi perché diventi reale scambio e non giustapposizione o scontro necessita sia della consapevolezza di ciò che si è, sia del rispetto e dell’amore verso ciò che è l’altro compresa la sua cultura. Ciò significa che occorre educarsi a questo atteggiamento e implica un duplice sforzo di conoscenza: approfondire la propria cultura e cercare di comprendere e accogliere quella dell’altro in un terreno comune che per noi è l’esperienza di fede in Cristo e il Vangelo.

Occorre passare quindi dalla multiculturalità che ci fa prossimi gli uni agli altri, spesso forzatamente e che rappresenta l’incontro conflittuale di una molteplicità di culture, di etnie, di tradizioni religiose e visioni del mondo ad una interculturalità basata sull’ incontro in Cristo delle diverse culture di cui ognuno è portatore.
Un esempio di questa interculturalità basata sul Cristianesimo può essere per noi in Sicilia l’architettura arabo-normanna. In questo termine si nasconde una sottile combinazione di elementi religiosi islamici, romanici (veicolati dalle frequentazioni dei sovrani, tra cui alcuni Benedettini franco-normanni), latini (portati da monaci italiani che seguono i Normanni nel sud Italia) e bizantini (provenienti da vari monaci e da un patriarcato greco-bizantino). Tutti questi elementi si fondono per creare un tipo nuovo di edificio che affascina chiunque si accosti ad esso proprio perché appare come una sinfonia di elementi culturali che appaiono uniti nel loro insieme ma, al tempo stesso, è possibile riconoscerli distintamente con una più attenta osservazione dei dettagli.

La ricerca di assoluto e di verticalità tipica dei popoli del nord si fonde con la spiritualità bizantina che si identifica soprattutto per la pianta a croce delle chiese e con la ricerca di armonia con la natura della architettura araba che predilige particolarmente la decorazione quasi a rappresentare un giardino tutto orientato verso la luce.

Il capitolo degli Oblati del 2016

Nel capitolo del 2016 dei Missionari Oblati di Maria Immacolata si è indicata l’interculturalità come una via prioritaria per la missione di oggi.
Ciò è in continuità con tutta la spinta della Chiesa che vede in modo nuovo come lo Spirito Santo agisce nelle culture in quanto, con la sua presenza vivificante, anima il mondo dall’interno e guida la storia in modo ignoto ma incisivo. Come diceva il card. Suenens “lo Spirito creatore è presente in questa creazione. Non è soltanto l’anima della Chiesa, è l’anima del mondo, operante in ogni sforzo di rinnovamento del mondo”.

Già S. Giovanni Paolo II, in un discorso al Pontificio Consiglio per la Cultura, nel 1983 aveva affermato con estrema chiarezza in questa stessa linea:
“[Oggi] per evangelizzare efficacemente occorre adottare con decisione un atteggiamento di scambio e di comprensione per simpatizzare con l’identità culturale dei popoli, dei gruppi etnici e dei vari settori della società moderna. D’altronde, occorre lavorare al riavvicinamento tra le culture, in modo che i valori universali dell’uomo siano accolti ovunque in spirito di fraternità e solidarietà. Evangelizzare vuol dire, nello stesso tempo, penetrare le identità culturali specifiche ma anche favorire lo scambio delle culture, aprendole ai valori dell’universalità e, direi anche, della cattolicità”
In questa luce possiamo rileggere uno dei passaggi salienti del documento del Capitolo degli Oblati nel quale si afferma che tutta la Congregazione sente “l’invito dello Spirito a uno stile di vita e di lavoro interculturale”.

Questa via è particolarmente importante nel mondo di oggi che, grazie ai forti flussi migratori, si presenta sempre più multiculturale e spesso le comunità sono costituite da membri provenienti da paesi diversi e quindi con culture diverse.
Per questo il Documento capitolare parla dell’interculturalità come “scambio tra culture, arricchimento reciproco” che implica “mescolarsi, confrontarsi, dialogare” ma anche della difficoltà a realizzarla proprio perché “L’interculturalità abbraccia tutti i campi della vita di una persona, dai più semplici e quotidiani, come il cibo o il modo di mangiare, fino a toccare altri aspetti più profondi, quali la maniera di rivolgersi a Dio, di porsi in relazione con uomini e donne, ecc.”

Il Documento capitolare afferma per questo che l’interculturalità a cui si mira nella missione necessita una notevole opera di rimodellamento e di apertura della mente e del cuore: “spesso bisogna imparare a smantellare il proprio pensiero per costruire su nuove basi”.

Ciò era anche emerso nel Capitolo del 2004 dove in un passaggio del documento finale si è scritto:
“Il mondo che siamo chiamati ad amare e nel quale operiamo cambia radicalmente. Come Gesù, in cammino lungo le frontiere di Samaria, ci troviamo di fronte a differenti concezioni di cultura, di appartenenza etnica, religiosa, ecc., invitati a una nuova conversione. Il mondo non funziona più come prima. Cadono antiche frontiere e ne sorgono altre. Nostro compito è quello di essere missionari in questa realtà pluralista, sensibile e complessa. Come Gesù, siamo chiamati ad oltrepassare la frontiera, a svuotarci di tutto ciò che ci è caro, in modo da entrare pienamente nella vita dell’altro, soprattutto del povero. Il Dio che proclamiamo deve essere il Dio umile, quello della kènosi incarnata in Gesù”.

Dal punto di vista degli immigrati

Proviamo nel nostro piccolo a fare un esercizio di interculturalità. Consideriamo la ricchezza che possono portare a noi come cristiani persone provenienti da altre culture come gli immigrati. E come essi possono vedere noi dal loro punto di vista.
Partiamo da una cosa scherzosa inventata: la descrizione della nostra cultura da parte di alcuni antropologi venuti da un paese lontano:
“I membri di questa comunità praticano alcuni rituali e cerimonie religiose finora poco intelligibili ad osservatori esterni. Uno di questi rituali viene celebrato in genere ad intervalli di sette giorni, durante le giornate buie invernali ed ha luogo contemporaneamente in numerosi centri abitati sparsi nella regione. Un gruppo di iniziati viene scelto per l’Evento. Questi privilegiati vivono segregati e sono oggetto di omaggi ed adorazione da parte dei fedeli.
Prima del rituale vivono un intenso periodo di preparazione fisica e mentale durante il quale praticano l’astinenza, seguono una dieta particolare e debbono astenersi dall’assumere cibi o bevande potenzialmente dannosi.
Durante i periodi di preparazione alternano lunghi periodi di riposo ad intensi esercizi fisici. Dopo aver osservato questi preliminari, intraprendono in gruppo un viaggio che li porta ad incontrare un simile gruppo di iniziati in una località prestabilita.
Migliaia e migliaia di fedeli si riuniscono alla stessa ora nella località prestabilita e compiono offerte in denaro prima di accedere allo spazio destinato al rito. Al momento convenuto, vengono ammessi al recinto sacro al quale accedono abbandonandosi a grandi dimostrazioni di gioia. Alcuni fedeli sono devoti al punto da aspettare a lungo anche sotto la pioggia fuori dal recinto sacro, in attesa che venga il loro turno di essere ammessi all’interno. La cerimonia ha luogo in uno ampio spazio pianeggiante circondato da file di posti a sedere, predisposte per i fedeli.
Ad un segnale prestabilito, di cui si incarica uno degli alti sacerdoti presenti, gli iniziati accedono danzando al centro dello spazio, a capo scoperto. Ciascun gruppo indossa gli stessi indumenti e calzature di cerimonia. Solo loro hanno il permesso di accedere allo spazio sacro in cui si svolgerà il rito. Ognuno degli iniziati prende posizione in un luogo assegnato. Un momento di solenne attesa e raccoglimento precede l’inizio del rito vero e proprio. A questo punto, dal centro dello spazio rituale viene scagliato in alto un oggetto sferico attorno al quale tutti gli iniziati compiono danze rituali. L’oggetto sferico è considerato sacro e come tale è proibito anche agli iniziati toccarlo con le mani nude, salvo in rari casi. Alcuni fedeli danno l’impressione di cadere in uno stato ipnotico durante la cerimonia, e sotto l’influenza di quanto accade sotto i loro occhi cadono in uno stato di trance e si producono in canti e urla selvagge. L’estrema devozione ad un gruppo di iniziati li porta a volte ad attaccare verbalmente e fisicamente i devoti di altri gruppi”.

Ascoltiamo ora una testimonianza vera che ci viene da una lettera di una immigrata che scrive alla sua mamma nel suo paese:
“Cara mamma e fratelli, (…) qui la vita è molto diversa da quella del villaggio: ci sono pochi contadini. Una cosa bella è vedere tutti i bambini che vanno a scuola e sono seguiti dai genitori. Qui tutte le strade sono asfaltate persino nei villaggi più piccoli. Ci sono molte macchine e treni e in una giornata si possono fare anche mille chilometri. (…) Ci sono molte comodità, però per avere tutte queste cose bisogna lavorare tutta la giornata e alla fine il tempo che rimane per la famiglia è poco. Le persone restano chiuse nelle loro case e per andare a trovare gli amici bisogna avvisarli prima, perché è possibile che non abbiano tempo per te. In certe situazioni restano sole con i loro problemi come quando una donna torna a casa dopo il parto. Qui è difficile trovare amici e parenti che vengono ad aiutarti e confortarti quando c’è un lutto. Ho sempre nostalgia per la nostra terra, soprattutto per i rapporti più semplici e calorosi”.

Soprattutto per quanto riguarda la fede molti degli immigrati ci testimoniano una dimensione spirituale e il senso di Dio che spesso, nella nostra società secolarizzata andiamo perdendo. Molti di loro vengono da chiese giovani dove si vive un’esperienza forte di Cristo. Per questo la Chiesa ha sempre invitato a considerare il contributo specifico che i migranti, proprio per la loro posizione, sono chiamati a dare alla diffusione del Regno di Dio nel mondo: Già nel lontano 1990 S. Giovanni Paolo II, nel messaggio per la giornata mondiale delle migrazioni diceva:

“l luoghi in cui i migranti vanno a cercare lavoro sono generalmente i paesi di più diffuso benessere. Ma, in questi, ai mezzi di vita non sempre fanno riscontro le ragioni di vita. Con la testimonianza della loro fede i migranti potranno richiamare l’attenzione di tutti sulla dimensione trascendente della vicenda umana”.

L’attenzione della Chiesa nei confronti degli immigrati

Come Chiesa non solo possiamo avere ma abbiamo il preciso compito di svolgere un ruolo decisivo affinché gli immigrati siano considerati come una risorsa, una ricchezza, una sfida per la cultura e la religione cristiana, ma ciò può accadere solo se tutto ciò sarà anche occasione per cercare insieme ad essi le nostre radici religiose. Siamo ancora in tempo dunque per non lasciarci sopraffare dal processo sociale in atto, possiamo ancora non lasciare raffreddare i nostri cuori: abbiamo dei fratelli che il Buon Dio ha permesso che venissero fino a noi, non dovremmo perdere l’occasione di incontraci con loro, di ascoltare il grido della loro preghiera, di stupirci della bellezza del loro confidare in Dio. Si tratta insomma di non continuare a camminare dritti per una strada senza uscite: dalla nostra scelta di vita dipende non solo il nostro futuro ma anche quello di questa gente venuta dai confini della terra e che ci insegna a sperare.

L’attenzione ai migranti fu un aspetto importante dell’opera di S. Eugenio a Marsiglia. Egli, che ben conosceva l’esperienza di essere stato forestiero in Italia ha particolarmente a cuore le colonie italiane di Sardi, Genovesi e Siciliani che rappresentavano una notevole parte della popolazione della città e che generalmente era priva dell’assistenza spirituale della Chiesa. S. Eugenio volle risolutamente occuparsi di loro avvantaggiato anche dalla conoscenza della lingua italiana pervenendo, come scrive il biografo Rey, a dei risultati notevoli insperati.

Poco tempo dopo il suo arrivo a Marsiglia come vicario generale della diocesi nel 1823, Eugenio era diventato cosciente del fatto che molti degli immigrati italiani erano abbandonati rispetto al loro bisogno di aiuto spirituale perché la Chiesa era incapace di esercitare il ministero nella loro lingua. Egli rispose immediatamente invitandoli a riunirsi al santuario e alla chiesa del Calvario affidata agli Oblati. Il Console italiano lo menzionò nel suo rapporto alla Corte di Sardegna. Il re Carlo-Felice, principe profondamente religioso, apprese con viva soddisfazione dei successi ottenuti dal vicario generale della diocesi di Marsiglia, la cui predicazione a Nizza aveva avuto grande risonanza fino al palazzo reale. Per l’intermediario del Console di Sardegna, Sua Maestà inviò il diploma e la decorazione di cavaliere dell’Ordine religioso e militare dei santi Maurizio e Lazzaro, premio onorifico allora in grande stima e veramente degno di essere apprezzato (Vol I, p. 424)

ll mio ricordo personale su questo tema va in particolare a Palermo dove, con la comunità oblata si è dato vita a un’esperienza semplice ma profonda proprio di integrazione tra persone di diversa nazionalità e italiane nel dono reciproco della nostra fede e nel rispetto delle diverse culture.

Oggi, dopo tanti anni, posso solo aggiungere che l’appello che ci viene rivolto con gli immigrati non solo è una chiamata a rendere un atto di giustizia e di carità nei confronti di esseri umani bisognosi, non solo è un invito a essere missionari nel nostro paese, ma anche e più profondamente è una chiamata a renderci aperti nel ricevere un grande e inestimabile dono a lungo rimasto segreto: “ritornare a credere”.

Per la meditazione personale

– Quali sono le diversità dell’altro che più ti mettono in difficoltà e ti indispongono alla relazione?
– Cosa dovresti modellare meglio di te per renderti più aperto alla comprensione e al rispetto della diversità?
– Prova a metterti dal punto di vista di un immigrato proveniente da una chiesa giovane e vivace: cosa pensi possa notare nel nostro modo di vivere e rispetto alla nostra fede?
– Cosa pensi possiamo apprendere di positivo per la nostra vita dalla cultura africana o da quella asiatica?
– Cosa pensi possiamo noi offrire loro dal punto di vista cristiano?

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