Il Nome e la Grazia

Nella natività di S. Giovanni Battista

Salvatore Franco omi

Il Vangelo ci presenta Zaccaria ed Elisabetta, una anziana coppia di sposi alle prese con la scelta del nome da dare al proprio figlio appena nato. Si sa che in questi casi è difficile accontentare tutti. Molti avrebbero voluto che il bambino si chiamasse come il padre che, ormai avanti negli anni, avrebbe perpetuato così il proprio nome nel figlio. Ad un certo punto della discussione interviene però la madre: “No, si chiamerà Giovanni”. Un intervento a sproposito visto che in questi casi erano gli uomini a dover parlare.

Questi infatti le rispondono decisi: “Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome” e poi si rivolgono di nuovo al padre con cenni per risolvere la questione. Perché con cenni e non con parole? Prima del concepimento del figlio, Zaccaria era rimasto sordomuto mentre stava svolgendo il suo servizio al tempio. L’arcangelo Gabriele gli era apparso e gli aveva prospettato la nascita di un bambino a cui Zaccaria doveva dare il nome di Giovanni e che avrebbe avuto una missione importante da compiere. Sarebbe stato infatti un servo di Dio, che avrebbe portato la gioia e avrebbe camminato al cospetto di Dio per riportare a Lui tanti uomini rendendoli disponibili e aperti a Lui e per ricondurre il cuore dei padri verso i figli.

Già in queste parole c’è un primo profilo di ciò che sarebbe stato questo bambino: Un preparatore dei cuori, uno che ti aiuta a riportare il cuore all’essenziale: a Dio e ai figli. Una missione dedicata quindi a ritrovare il senso della paternità ritrovando quella di Dio. Un uomo dunque della gioia ritrovata, un uomo del cuore, un uomo della paternità. Lui che era nato nel silenzio del padre vivrà perché i padri riportino il loro cuore verso i figli.

Zaccaria avrebbe tanto desiderato avere un figlio ma la moglie era sterile e inoltre entrambi molto avanti in età. Per questo rimane interdetto, un dubbio lo assale e chiede un segno che possa confermare che davvero ciò che sta dicendo l’angelo si possa avverare. Il segno che ottiene, nella sua incredulità, è quello di diventare sordomuto e in questo silenzio inizia il suo cammino interiore che lo porterà a riconoscere che davvero Dio sta operando nella sua vita.

Eccoci allora al momento in cui Zaccaria risponde alla questione sul nome del figlio scrivendo su una tavoletta di cera: “Giovanni è il suo nome”. Ci chiediamo: “Come mai viene data tutta questa importanza al nome?”.

Quando siamo nati sono stati i nostri genitori a darci il nome. Lo hanno scelto secondo i loro criteri: o per continuare il nome di un loro genitore o altro parente, o perché erano molto devoti ad un santo che porta quel nome o perché questo nome gli era semplicemente piaciuto. Nel nome c’è tutta la persona: per indicarla o chiamarla infatti si pronuncia il suo nome e poiché la nascita di un bambino non è opera solo umana ma anche divina, ecco che anche Dio ha scelto un nome per noi, un nome in cui è contenuto ciò che Lui vede in noi e il compito che abbiamo nella vita. Così è per Giovanni: il suo nome è stato scelto da Dio perché in esso c’è contenuto il significato della sua missione da compiere.

Il nome Giovanni significa: “Dio fa Grazia” e dunque dobbiamo capire in cosa è consistita questa grazia per lui. Quando Giovanni parla di se stesso anzitutto ci tiene a sottolineare ciò che non è, egli infatti dice di non essere il Messia: non è lui l’inviato da Dio che tutti aspettano, ma è solo colui che gli apre la strada. Giovanni, come aveva preannunciato l’angelo, è un preparatore dei cuori e quando definisce se stesso lo fa in due modi. Quando gli chiedono: “Cosa dici di te stesso?” egli risponde: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore” (Gv 1,23). Egli è la voce di un altro, in questo caso del Figlio di Dio, che avrebbe invitato gli uomini a venire a Lui nel mondo più diretto: senza strade inutili che portano lontano, la via diritta è infatti la più breve. Un giorno infatti Gesù avrebbe detto: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28).

L’essere voce di un altro vuol dire che prima lo si deve aver ascoltato. Per questo Giovanni vive da adulto nelle solitudini, nel silenzio, nella ricerca di quella voce che già nel grembo materno lo aveva fatto danzare di gioia. Ci deve essere stata una tale nostalgia dentro di lui di quella gioia che avrà cercato tutta la vita quella voce che l’aveva fatta scaturire. Lo sappiamo, era la voce di Maria che portava nel suo grembo Gesù. Era la voce di chi porta Gesù dentro di sé e per ritrovarla occorreva aprire il cuore come solo un bambino innocente può fare.

Giovanni, sotto la scorza di uomo rude, abituato alle solitudini e alla sobrietà, alla essenzialità, di uomo che non ha paura di condannare l’ingiustizia o di morire per la coerenza con la sua coscienza, ha un cuore sensibile che lo rende attento alle profondità del cuore umano. Capisce, per questo, che l’uomo, per accogliere Dio, deve rinascere in qualche modo e ridiventare piccolo e allora si inventa il battesimo: un rito che con l’immersione nelle acque significa la scelta di iniziare una vita nuova, di compiere una rinascita.

Giovanni, l’uomo del cuore e della gioia, desidera riportare tutti a ritrovare la via di Dio che riconduce gli uomini l’uno all’altro, nella giustizia e nell’amore. L’ultima testimonianza di se stesso che il Vangelo ci riporta è quella di quando alcuni vanno a dirgli che Gesù sta battezzando in un altro luogo ma lui non è infastidito di ciò, anzi ne è felice perché il suo compito era proprio quello: aprire la strada a Lui e allora dice queste parole: “Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io invece diminuire” (Gv 3,29-30).

L’ha sentita finalmente quella voce che tanto aspettava e ora sa che il tempo della gioia è iniziato. Egli dice allora di se stesso: io sono “L’amico dello sposo”. Lui è l’amico di Gesù che ha visto fin dall’inizio come “lo sposo”. L’ha visto cioè come colui che avrebbe portato nel mondo la gioia delle nozze, della festa per l’unione tra Dio e l’uomo e dei cuori che si amano e danno vita ad una nuova realtà, una comunione d’amore.

Perché l’uomo possa rinascere c’è bisogno di una nuova famiglia che, nell’unione dei cuore, collabori con Dio, nella generazione di un uomo nuovo. Per questo egli è il collaboratore nell’amicizia, è felice della gioia dell’altro. È l’uomo della totale gratuità di chi è felice del bene dell’altro ed è anche il difensore di questa gioia dell’amore che si realizza anzitutto nel matrimonio.  Non è un caso che egli muoia alla fine per aver difeso l’amore e il vincolo matrimoniale.

Egli sa che è proprio dell’amore porre al centro la persona amata, dare valore all’altro come ha fatto con Gesù. Quando parla di Lui lo fa con un amore, una delicatezza, un rispetto grandissimi. Lo promuove, preferisce diminuire e far crescere l’altro. Egli resta, in questo modo, fino alla fine se stesso, coerente con se stesso, proprio perché si dona sinceramente non solo nel suo compito ma anche per l’altro che è Gesù. Anche Gesù però lo ama e lo rispetta moltissimo. Di Giovanni Gesù dirà che fra i nati da donna non ve ne è stato uno più grande (Cfr. Lc 7,38).

Giovanni è dunque rimasto fedele al suo nome e lo ha interpretato in tutti i suoi aspetti e lo ha riassunto alla fine nel nome dell’amore.

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