Ritrovare Dio per “ritrovarsi”

In un passo dal Talmud, che è il testo fondamentale, dopo la Bibbia, della Religione ebraica è scritto: «La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai suoi piedi perché debba essere pestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale… un po’ più in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere amata».
Questo testo sottolinea non solo la parità in dignità tra uomo e donna ma anche la cura con cui occorre trattarla. La ragione di tutto ciò è il fatto che il racconto della Genesi ci dice che Dio creò la donna togliendo una costola all’uomo e che la plasmò con questa.
In questo modo la Genesi spiega che Dio ha reso l’uomo capace del dono di sé, in conformità con l’essere a sua immagine e che nella donna l’uomo ritrova una parte di sé, un altro sé, un altro essere che gli sta di fronte. La traduzione della Bibbia dice infatti che Dio creò la donna perché l’uomo non aveva trovato in nessun altro essere un aiuto che lo corrispondesse.
Essere per l’altro un aiuto che possa rispondere, in cui riflettersi e ritrovarsi in modo nuovo. Un aiuto per crescere insieme secondo l’immagine divina che è ognuno.
Quando l’uomo ritrova se stesso nella donna e questo è anche reciproco si genera quella spinta che lo spinge ad andare verso l’altro, lasciare la propria famiglia di origine per realizzarne una nuova.
Questo movimento, ci spiegherà Gesù, non è solo uno spontaneo andare dell’uno verso l’altro ma è anche il segno di un’azione più profonda e nascosta che è opera di Dio: “Ciò che Dio ha congiunto”.
Dio ha creato così la coppia di sposi, una creazione nuova che fa di un io e un tu un “noi”. Con la venuta di Gesù avverrà poi una creazione nuova simile: la chiesa.
Questa creazione è contrassegnata dalla gioia, dal canto, una gioia che rappresenta bene quella promessa di felicità insita nell’amore e nel sentirsi amati e nel sentire in sé il desiderio di amare, di donare, di spendersi per l’altro.
L’uomo è costantemente alla ricerca di questa felicità, ne ha nostalgia e anche se il suo destino non lo condurrà a sposarsi per una ragione più grande di lui, rimane nel suo cuore questa sete.
Gesù che conosceva bene il cuore dell’uomo, quando si trovò coinvolto in una festa di sposi che stava andando a finire male perché il vino era finito, fu spinto dalla Madre Maria a lasciarsi scoprire e a iniziare il suo nuovo cammino dando a noi un segno che interpretasse bene la sua opera: l’acqua trasformata nel vino delle nozze.
Sappiamo tutti come andò a Cana di Galilea. L’acqua, con cui i servi avevano riempito le anfore, si trasformò nel vino della gioia.
Tutto ciò era stato possibile anche per quel sì che i servi avevano detto senza comprendere a pieno ciò che veniva chiesto loro: “Fate qualsiasi cosa egli vi dirà di fare”.
Finita la festa sarebbe rimasto del vino in quelle anfore anche se la gioia per tanti motivi si sarebbe potuta spegnere. E questo ci dice che è sempre possibile ri-attingere a quel dono rimettendosi in quel nuovo “si” a Cristo.
C’è infatti un sì che risponde alla promessa d’amore umana ma c’è un sì che risponde alla proposta di Cristo di andare oltre e di lasciarsi condurre da lui.
Quando la gioia si spegne, quando la promessa di felicità appare delusa possiamo ricorrere a questo nuovo sì, un sì a Dio che lascia lo spazio alla sua opera creatrice.
Per gli sposi è possibile sempre tornare al frutto di quel sì che sta nel fondo del loro cuore e della relazione con l’altro e che è contenuto nel sacramento del matrimonio. Così è, in maniera più estesa, per tutti noi, quando torniamo al nostro sì a Dio che ci fa chiesa.
Si tratta di lasciarsi guidare non più dal solo sentimento, dal rancore, dalla delusione, dalla rabbia, dalle proprie convinzioni, dai propri pregiudizi, ma dall’amore, dal sì a Dio. Per questo si riscopre la propria promessa d’amore e di felicità da dare che diventa: “Non ti sposo o ti ho sposato perché ti amo o ti amavo ma per amarti”, “Non mi impegno nella mia relazione con te nella chiesa perché mi pace stare con te oggi ma per amarti”.
Per questo Gesù dice che dove due o tre sono riuniti nel suo nome là egli è in mezzo ad essi. Quando due sposi o due fratelli di comunità si ri-uniscono, cioè si ritrovano uniti nel nome di Gesù e quindi in Lui e nel suo amore, formano la chiesa e allora Egli è presente e con lui c’è la gioia del cuore.
Ricordate i due discepoli di Emmaus? Erano stanchi, delusi, se ne stavano tornando alle loro cose, quando Gesù si fece compagno del loro cammino e chiese loro: “Di che state discutendo?”. Ricordate cosa si dissero quando non lo videro più: “Non ci ardeva forse il cuore mentre ci parlava?”.
Senza questo sì a Dio, senza il lasciarsi trasformare come l’acqua nel vino della gioia della sua presenza, non c’è chiesa e la nostra vita può diventare quella di tanti singoli che convivono, che fanno delle cose insieme ma non si “ritrovano”.

p. Salvatore Franco

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